Draghi non fa politica ma è maestro nel capirla

Non più dai governi nazionali o da Bruxelles. E’ dalla Banca centrale europea (Bce) che ormai gli investitori si attendono molto: un po’ per la gravità della situazione economica, un po’ per la creatività e la potenza delle soluzioni di politica monetaria trapelate da Francoforte, un po’ infine per l’abilità con cui l’attuale presidente della Bce Mario Draghi sta interpretando l’evoluzione politica nei paesi dell’euro. Ne è convinto Francesco Giavazzi, economista della Bocconi ed editorialista del Corriere della Sera: “Il presidente della Bce non si è trasformato d’un tratto in un politico. Piuttosto, già all’interno della Bce, ha dovuto sviluppare nuove modalità decisionali rispetto al suo predecessore". Leggi l'editoriale Lo spread delle cancellerie europee - Leggi Così il Draghi politico continua a rianimare l’euro
6 SET 12
Ultimo aggiornamento: 12:02 | 10 AGO 20
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Non più dai governi nazionali o da Bruxelles. E’ dalla Banca centrale europea (Bce) che ormai gli investitori si attendono molto: un po’ per la gravità della situazione economica, un po’ per la creatività e la potenza delle soluzioni di politica monetaria trapelate da Francoforte, un po’ infine per l’abilità con cui l’attuale presidente della Bce Mario Draghi sta interpretando l’evoluzione politica nei paesi dell’euro. Ne è convinto Francesco Giavazzi, economista della Bocconi ed editorialista del Corriere della Sera: “Il presidente della Bce non si è trasformato d’un tratto in un politico. Piuttosto, già all’interno della Bce, ha dovuto sviluppare nuove modalità decisionali rispetto al suo predecessore. Jean-Claude Trichet annunciava sempre decisioni prese per consenso unanime, e se questo consenso non c’era piuttosto sceglieva di rimandare la decisione. Oggi la situazione non consente tentennamenti, l’attuale presidente lo sa bene e, sapendo che è l’interesse dell’area euro nel suo complesso che va tutelato, assume decisioni anche a maggioranza”. Non è un cambiamento di poco conto, soprattutto se all’opposizione di Draghi si colloca un peso massimo come la Bundesbank, ovvero la Banca centrale della prima economia dell’Eurozona, quella sulla quale si è modellata sin dalla sua nascita la stessa Bce.
Il governatore tedesco Jens Weidmann ha fatto sapere di essere contrario anche all’acquisto di titoli di stato dei paesi in difficoltà, una mossa che l’ortodossia teutonica considera una forma di monetizzazione del debito dei paesi del Mediterraneo e di condivisione occulta dei rischi di default con i contribuenti tedeschi: “L’Eurozona è come una nave investita d’un tratto da una tempesta – dice Giavazzi – Draghi con il piano di acquisto dei bond che va delineando l’ha dotata di utili salvagenti che finora mancavano. Questo di per sé è un grande passo che ha già evitato un contagio disastroso della crisi spagnola”. Per restare alla metafora, continua l’economista, la presenza di salvagenti non è un buon motivo per tuffarsi in acque comunque tempestose: “L’Italia può farcela da sola, senza sottoscrivere ulteriori impegni in cambio di aiuti. Non è questione di orgoglio nazionale, ma di razionalità economica: a differenza di Madrid, che per via della situazione delle sue banche ha un problema impellente di liquidità, Roma è afflitta da mancanza di crescita. E quest’ultima non può essere la Bce a generarla”.
La Bundesbank, comunque, resta contraria all’intervento straordinario della Bce, perciò l’operato di Draghi si è spinto anche al di fuori delle stanze di Francoforte: “Mi pare che sia riuscito a creare un rapporto molto stretto con Angela Merkel – osserva Giavazzi – Dopo che il presidente della Bce, al Consiglio di aprile a Barcellona, è stato il primo a dire che l’euro avrà un futuro soltanto se l’Europa si darà un progetto a medio-lungo termine, la cancelliera tedesca non ha mancato nei suoi interventi pubblici di sottolineare la sua consonanza di idee con l’Eurotower. Al punto che ora Berlino sembra essere più dalla parte di Draghi che dalla parte di Weidmann”. Secondo l’economista, “l’ex governatore di Bankitalia ha tra l’altro usato in maniera intelligente la dialettica che esiste tra i due membri tedeschi della Bce, il più duro Weidmann e il più socialdemocratico Jörg Asmussen. Il presidente sa che questa dialettica caratterizza tutto il dibattito pubblico tedesco, ben più di quanto appaia dalla visione un po’ caricaturale che ne offre la stampa estera. Non solo: il prossimo governo di Berlino potrebbe essere un governo di coalizione, nel quale queste due anime dovranno coesistere. Merkel quindi non può più sbilanciarsi troppo a favore della BuBa, e anche questo aspetto della politica teutonica il presidente della Bce lo ha interpretato sapientemente”.
Insomma, Draghi non farà politica, ma la maneggia con abilità: “E’ un valore aggiunto della sua formazione – conclude Giavazzi, collega di Draghi al Tesoro in una stagione cruciale per l’Italia all’inizio degli anni 90 – Il francese Trichet era stato civil servant di uno stato con istituzioni fortissime e indipendenti dalla politica. Draghi, sia come direttore generale del Tesoro sia come governatore della Banca d’Italia, ha dovuto gestire rapporti complicatissimi tra politica, amministrazione pubblica e burocrazia. Rispetto a 15 anni di esperienza italiana, capire la politica tedesca deve sembrargli ora un giochetto da ragazzi”. E ai mercati questo non sembra dispiacere.